mercoledì 26 ottobre 2016

50 anni dall'alluvione di Firenze. Fotografie e racconti in una mostra itinerante


"[...] un esempio meraviglioso, spinta dalla gioia di mostrarsi utile, di prestare la propria forza e il proprio entusiasmo per la salvezza di un bene comune. Onore ai beats, onore agli angeli del fango”. Queste parole con cui Giovanni Grazzini, giornalista fiorentino del Corriere della Sera, battezzò l'esercito di volontari di ogni età e di ogni parte d'Italia e del mondo che giunse a Firenze dopo quel tragico 4 novembre 1966 per contribuire a far rivivere la culla del Rinascimento. Espressione, "angeli del fango", da allora entrata a far parte del lessico comune per identificare non solo delle persone ma lo sforzo, il cuore e la ferrea volontà che unite alla tenacità tipica dei fiorentini sconfissero la marea di acqua e melma.

Nel cinquantesimo anniversario di quel tragico evento, in cui persero la vita 35 persone in tutta la provincia (numero forse contenuto per via della festività della giornata), sono state organizzate dal Comitato "2016 Progetto Firenze" una serie di commemorazioni lunghe un anno. Tra esse segnalo una mostra fotografica itinerante dal titolo "1966 l’Alluvione di Firenze", curata dai giornalisti Franco Mariani e Mattia Lattanzi, ospitata in varie sedi della città che ho avuto il piacere di visitare durante la tappa espositiva presso la biblioteca delle Oblate in via dell'Oriuolo. Una serie di pannelli, con foto inedite accurate descrizioni e testimonianze di chi quei momenti li ha vissuti in prima persona, fanno rivivere aspetti anche poco conosciuti della peggiore alluvione di Firenze.

Per ricordare la calamità naturale che sconvolse la città, nelle sue dinamiche e dimensioni, ma anche tutta quella serie di aspetti collaterali ma tutt'altro che secondari che ne derivarono. Innanzitutto la pericolosità e imprevedibilità dell'Arno, che come dimostra la storia ha ripetutamente allagato Firenze e non solo, la mancata messa in sicurezza a distanza di cinquanta anni del suo bacino idrico (è in corso un progetto per la tutela del territorio e la prevenzione del rischio idrogeologico) unita al peso delle responsabilità umane nelle cause del disastro e nel mancato allarme alla popolazione.

Poi l'incredibile catena di solidarietà, come già accennato, che coinvolse oltre sessanti Paesi e dimostrò la grande anima umanitaria capace di oltrepassare distanze geografiche, linguistiche, sociali e culturali nel momento del bisogno. Emblematico il caso degli oltre tremila giovani scout spontaneamente accorsi a Firenze uniti dalla voglia di rendersi utili a cui furono affidate le operazioni di distribuzioni viveri, farmaci e indumenti. Squadre di volenterosi, guidati dal coraggio, da smisurata generosità e da infaticabile abnegazione combatterono nel fango per giorni e giorni pur di ridare vita alla città isolata e dilaniata dalla catastrofe. I radioamatori con le loro stazioni mobili per quasi tre giorni rappresentarono l'unico mezzo per comunicare in città e con l'esterno, dettero voce alla disperazione che si respirava a Firenze e dintorni sostituendo le reti ufficiali di telecomunicazione andate irrimediabilmente distrutte dall'onda di fango. Idro Montanelli, sul Corriere della Sera, arrivò perfino a scrivere che l'autentica tragedia di Firenze, per chi osservava da fuori, era passata in secondo piano rispetto al risalto dato dai media agli sforzi dei soccorritori facendo sembrare che "[...] l'alluvione di soldati, pompe, autobotti, camionette, viveri, indumenti, medicinali, attrezzi, ministri e deputati, fosse più imponente di quella dell'Arno".

Encomiabile lo spirito dei fiorentini che emerge fin dalle prime ore successive allo straripamento delle acque. Afflitti, feriti negli affetti e nei propri beni, piegati dalla tragedia che si è abbattuta sulla loro amata città. Un popolo piegato ma non spezzato dalla forza della natura, dignitosamente aggrappato alla forza di volontà che gli è propria, a quell'orgoglio combattivo e talvolta burbero tipico di chi hai il privilegio di appartenere della città più bella del mondo. E per questo strenuamente e visceralmente legato alla propria urbe da sempre difesa contro tutti con le unghie e con i denti. Appena il mare fangoso inizia a ritirarsi i fiorentini si sono già rimboccati le maniche. Non c'è tempo per piangersi addosso, con mezzi di fortuna si cerca di ricostruire, salvare il salvabile e aiutare chi è più in difficoltà. Basti pensare alla famiglia di Michele Ferlito, che nel 1966 ricopriva al carica di direttore degli Istituti penitenziari di Firenze, messa in salvo dal loro appartamento confinante con il carcere di Borgo la Croce grazie all'intervento dei detenuti.

Straordinarie le parole con cui il giornalista del quotidiano "La Nazione", Franco Nencini, il giorno 6 novembre immortala le sue impressioni dalla città. "La gente cammina per le strade infangata, insonne, distrutta" si legge nel suo articolo. "C'è in questo popolo che sana le proprie disperate ferite e cerca di aiutare gli altri, di informarsi della loro sorte, una dignità antica [...] Le ventiquattro ore peggiori della nostra vita sono passate. Davanti a noi c'è ancora tanto da scoprire, c'è bisogno per tutti di tanto coraggio. Per ricostruire, per ricominciare. Alle spalle abbiamo un deserto di acqua e fango".

Le cronache descrivono uno scenario apocalittico. Più di quattordicimila case sono danneggiate o distrutte, il tessuto economico in ginocchio con quasi diciannovemila tra aziende, esercizi e botteghe artigiane alluvionate, il 70% di alberghi e l'80% di ristoranti devastati dalla furia dell'Arno. Migliaia le persone che hanno perso il lavoro, senza contare chi ha perso familiari e proprietà. Il flagello dell'inondazione spazza via tutto fuorché lo spirito fiorentino che, a distanza poche ore, esorcizza il difficile momento con amara ironia: "bagni di fango", "chiuso per nervoso" e "oggi umido" (appeso sul bandone di un noto ristorante) sono alcuni dei cartelli che compaiono in città.

Il patrimonio artistico di Firenze subì danni incalcolabili e ancora oggi si contano centinaia di opere in attesa di restauro. Conseguenza fu il grande impulso che investì il settore del restauro e recupero delle opere d'arte con lo sviluppo di collaborazioni internazionali e l'ascesa dell'Opificio delle Pietre Dure a centro di eccellenza e avanguardia a livello europeo. Come è facile immaginare gravemente danneggiato risultò il patrimonio librario conservato nelle varie biblioteche, musei e istituzioni della città. Migliaia di libri, manoscritti e codici preziosi distrutti dalla miscela di acqua fango e nafta. Nell'opera di recupero e restauro del materiale cartaceo si distinsero due realtà ecclesiastiche, il laboratorio di restauro scientifico del libro in Vaticano e l'Antica abbazia di San Nilo a Grottaferrata vicino Roma, sede di un antico centro di conservazione e restauro libri. Un lavoro certosino di lavaggio, trattamento, asciugatura e rilegatura che ha riportato in vita oltre mille libri dal valore inestimabile tra i quali il catalogo Magliabechiano e quello Palatino investiti dalla piena nella Biblioteca Nazionale di Firenze.


Ingenti danni subì anche la sinagoga ebraica fiorentina violata al suo interno dalle acque limacciose del fiume che travolsero arredi, paramenti e reliquie. L'acqua, che in via Farini raggiunse l'altezza di quattro metri, sommerse la lipide che ricorda i nomi dei 248 ebrei fiorentini uccisi durante la Seconda Guerra mondiale. Antiche Bibbie, rarissime pergamene e testi sacri conservati nel Tempio finirono sotto una spessa coltre di fango al pari dei volumi, alcuni risalenti al XV–XVI secolo, conservati nell'annessa biblioteca. Alcune centinaia di questi libri tornano a Firenze in occasione della ricorrenza dell'alluvione, oggetto di una mostra che valorizza il loro recupero dopo un'assenza di dieci lustri dal quel fatidico 4 novembre 1966.



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venerdì 14 ottobre 2016

Dai Medici ai Savoia. Amori, intrighi e splendori a Villa Ambra

A distanza di un anno eccomi di nuovo a parlare della splendida Villa Medicea di Poggio a Caiano.  Il mio precedente post, il secondo in ordine di tempo sul mio blog che vedeva la luce esattamente 365 giorni fa, descriveva il viaggio nelle cucine “segrete” della villa aperte eccezionalmente dopo un lungo periodo di restauro. Questa volta è il turno gli appartamenti del piano terra e piano nobile, il cuore di questa villa che costituisce insieme ad altre 11 il grandioso sistema di residenze medicee disseminate nella Toscana settentrionale. Sorte tra il XV e il XVII secolo, le ville medicee hanno innovato il concetto di palazzo principesco dell’epoca creando una nuova tipologia presa a modello dalle corti di tutta Europa.





Commissionata da Lorenzo il Magnifico a Giuliano da Sangallo per farne una delle residenze estive della famiglia, l’edificio si basa su proporzioni e simmetria che donano una ricercata armonia architettonica. Due scaloni curvi, aggiunta ottocentesca, regalano movimento alla facciata che si apre sull'esterno con un porticato nella parte più bassa e con un loggiato sormontato da un timpano al livello superiore.
I locali del pianterreno sono annunciati dalla sala d’ingresso, con soffitto a stucchi a cui segue il “teatro delle commedie” fatto realizzare da Marguerite-Louise d’Orleans, moglie di Cosimo III, grande amante insieme al figlio Ferdinando delle rappresentazioni teatrali alle quali partecipava talvolta anche come attrice. Il palco come lo vediamo oggi è frutto degli interventi in stile neoclassico voluti da Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone e Granduchessa di Toscana dal 1809, che fece della villa una delle sue residenze preferite. Dal teatro si accede alla sala dei biliardi, ambiente dedicato al gioco e allo svago dai Savoia che lo destinarono a questo uso nel corso dell’Ottocento affidando la decorazione del soffitto al pittore torinese Ferri che realizzò un fitto pergolato popolato da putti e amorini.



  
I tre ambienti dell’appartamento di Bianca Cappello completano il piano: l’anticamera con tre dipinti di Paolo Veronese e il Cristo deposto di Giorgio Vasari (pala d’altare della cappella privata della villa), la stanza del Camino che deriva il nome dal camino cinquecentesco in marmo bianco plasticamente ornato con due telamoni attribuiti alla scuola di Buontalenti e la scala pensile in pietra serena che collegava la stanza con l’appartamento di Francesco I. Tormentata, agognata e dal finale tragico la storia di Bianca e Francesco ricorda quella di Romeo e Giulietta in salsa fiorentina. La nobildonna veneziana e il Granduca, entrambi sposati, furono dapprima amanti tra lo scandalo generale e l’osteggiamento della famiglia medicea; poi, dopo aver coronato il sogno di unirsi in matrimonio, abitarono per circa otto anni le stanze della villa di Poggio a Caiano fino alla loro tragica quanto misteriosa morte, avvenuta a distanza di un giorno uno dall'altra.


Passioni, intrighi e matrimoni hanno caratterizzato nei secoli la storia della villa che Lorenzo il Magnifico, con una sorta di presagio, aveva chiamato Ambra dal nome di una ninfa protagonista di una vicenda amorosa accidentata.
  

Uno scalone conduce al piano nobile della villa, diviso simmetricamente in due ali unite dal Salone di Leone X l’ambiente più fastoso e celebrativo della casata medicea. Completato nel 1513 da Leone X, già eletto al soglio pontificio, presenta un soffitto a volta  decorato a stucco con emblemi medicei e un ciclo pittorico di affreschi sulle pareti, opera dei maestri Andrea del Sarto, Pontormo, Allori e Franciabigio, che esalta la dinastia granducale attraverso il richiamo a episodi storici e mitologici. Profondamente rimaneggiata nel corso dell’Ottocento negli arredi e negli apparati decorativi, la Sala dei pranzi conserva l’affresco sulla volta con l’apoteosi di Cosimo il Vecchio compiuto sul finire del 600 dal pittore fiorentino Gabbiani.





Sulla destra della Sala dei pranzi si sviluppano le quattro stanze che compongono l’appartamento di Vittorio Emanuele II che, durante il periodo di Firenze capitale, soggiornò spesso nella villa insieme alla moglie lasciando la sua impronta con alcuni rifacimenti sia all'interno che all'esterno. L’appartamento, arredato con mobili provenienti da varie residenze sabaude e con lo stemma della casata in bella mostra, si compone di quattro ambienti (Sala da ricevere, camera da letto, guardaroba e studio) gli stessi che, specularmente rispetto alla Sala dei Pranzi costituiscono l’appartamento della contessa di Mirafiori, la moglie di Vittorio Emanuele II conosciuta come “la bella Rosina”. Queste stanze erano appartenute in precedenza a Elisa Baciocchi a cui si devono l’impianto neoclassico delle decorazioni parietali e il bagno con vasca in marmo grigio. 



Completano il Piano nobile dei salotti e la Sala del Fregio, così chiamata perché accoglie il fregio in terracotta invetriata proveniente dall'architrave del timpano che sormonta il loggiato della facciata (quello attualmente visibile all'esterno è una copia degli anni 80 realizzata dalla Richard-Ginori). Staccato nel 1967 per motivi di conservazione, il fregio fu commissionato da Lorenzo il Magnifico ad una équipe di artisti che si suppone comprendesse Giuliano da Sangallo, Andrea Sansovino e Bertoldo di Giovanni. La trama iconografica con scene mitologiche e allegoriche, definita con il sapiente contributo del letterato Agnolo Poliziano, si ispira al mondo classico e all'antichità come fonte di illuminazione e modello di condotta per il presente e futuro.  


Dopo la visita degli interni, i giardini della villa offrono un piacevole occasione per una camminata tra la limonaia e la vasca centrale circondata da vialetti, piante di agrumi e alberi secolari. 
Peccato per le impalcature che ormai da qualche anno stazionano lungo il porticato che circonda la villa sul lato destro. Moniti metallici che ricordano la necessità di un intervento di restauro che tarda ad arrivare, lo scorrere del tempo in questi casi si rivela spesso tiranno e la speranza è che anche questa spazio possa tornare presto a risplendere come merita.






Dove: Villa Medicea, Piazza de Medici - Poggio a Caiano (PO)
Quando: tutti i giorni eccetto secondo e terzo lunedì del mese. Parco e giardino: ingresso libero dalle ore 8.15; appartamenti monumentali: ingresso ogni ora dalle ore 8.30 con visita accompagnata; museo della natura morta: ingresso ogni ora dalle ore 9.00 previo appuntamento. Orari di chiusura variabili a seconda del mese dell'anno.
Costo: gratuito


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