sabato 31 ottobre 2015

Un gioiello tra gioielli. Il nuovo Museo dell'Opera del Duomo

8 Settembre 2010 e 29 Ottobre 2015. Due date che rappresentano i capisaldi di quinquennio particolarmente significativo per il patrimonio monumentale di Firenze, iniziato con la presentazione del progetto di ampliamento del Museo dell'Opera del Duomo e conclusosi con l’inaugurazione di quella che rappresenta la collezione di arte sacra più vasta al mondo dopo i Musei Vaticani. Nel mezzo anni di lavori, restauri ed ampliamenti che hanno condotto alla realizzazione di un museo rinnovato nell’ambito di un progetto più ampio che ha visto coinvolto tutto il complesso monumentale che compone il “Grande Museo del Duomo di Firenze” (Cattedrale di S. Maria del Fiore, Cupola del Brunelleschi, Battistero S. Giovanni, Campanile di Giotto, Cripta di Santa Reparata, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore).



LA STORIA
Progettato nel 1887, il Museo dell'Opera del Duomo fu inaugurato cinque anni più tardi con lo scopo di accogliere quelle opere d’arte realizzate per la Cattedrale e gli edifici vicini e rimosse dalla collocazione originaria a seguito di modifiche o per motivi conservativi. Nel corso dei secoli ha subito una serie di trasformazioni e ampliamenti tra cui rimangono significativi quelli svolti tra il 1997 e il 2000 quando, grazie all’acquisto di un fabbricato attiguo al museo, fu incrementato lo spazio espositivo di un terzo. Nonostante tali ammodernamenti, la superficie rimaneva comunque insufficiente per ospitare l’intera collezione. Da qui l’esigenza di un museo completamente rinnovato che inglobasse in un percorso unitario e altamente scenografico nuovi e vecchi spazi.

IL PROGETTO
5.500 metri quadri di spazio espositivo, 25 sale su tre piani, oltre 750 opere che abbracciano 720 anni di storia, 45 milioni di investimento totale sostenuto totalmente dall’Opera di Santa Maria del Fiore senza nessun contributo pubblico: questi i numeri da capogiro che danno un’idea della grandiosità del progetto architettonico ideato dal direttore museale Timothy Verdon e dagli architetti Natalini, Guicciardini e Magni. 


Durante gli scavi per la realizzazione del nuovo museo, nell’area di quel Teatro degli Intrepidi acquisito dall’Opera di Santa Maria del Fiore nel 1997 per l’ampliamento degli spazi, sono venuti alla luce resti di strutture datate tra la fine del XIV e il XV secolo associate ad evidenti tracce di attività artigianali (presenza di materiali ferrosi e scarti di lavorazione del marmo). Ciò fa pensare che in quel luogo fossero ubicate le officine degli artigiani impegnati nel grande cantiere del Duomo. Di particolare interesse è stato anche il rinvenimento, sotto il piano di calpestio della sala ribattezzata dell’Antica facciata, di una cupoletta di 3 metri di diametro realizzata con la tecnica a spina di pesce impiegata dal Brunelleschi per la cupola del Duomo. Si tratta probabilmente di una prova pratica di quella tecnica costruttiva distintiva del Brunelleschi che gli consentirà di realizzare la grande cupola di Santa Maria del Fiore senza l’impiego di un’armatura lignea.



L’ALLESTIMENTO
La visita al Museo va di pari passo con quella ai monumenti circostanti, sono parte entrambe di un unico percorso che abbraccia fede, storia e arte e si propone di accompagnare il visitatore in un lungo viaggio attraverso sette secoli di storia. L’esposizione delle opere d’arte tiene conto del contesto originario per cui fu concepita e realizzata e l’allestimento che raggiunge toni spettacolari è orientato alla loro valorizzazione e contestualizzazione.

Un macrocosmo di meraviglie scultoree in marmo, bronzo o argento molti dei quali resi fruibili al pubblico per la prima volta dopo anni di oblio nei depositi, come le quindici statue trecentesche e quasi settanta frammenti della facciata medievale del Duomo, o riportate all’antico splendore dopo un lungo percorso di restauro come la Maddalena di Donatello e le Porte del Battistero (Nord e del Paradiso) opera di Lorenzo Ghiberti. E poi ancora capolavori di Michelangelo, Luca della Robbia, Arnolfo di Cambio, il Ghirlandaio, Andrea Pisano, Antonio del Pollaiolo, Andrea del Verrocchio solo per citare alcuni dei maggiori artisti che nel corso degli anni dettero sfoggio della loro geniale creatività nel grande complesso monumentale di Piazza del Duomo.



Nel cuore del museo si trova la Sala dell'Antica facciata, così chiamata perché destinata ad accogliere il modello, realizzato in scala 1:1 con resina e polvere di marmo, dell'antica facciata del Duomo di Firenze progettata da Arnolfo di Cambio nel 1296. Sul lato opposto della sala protagoniste sono le già citate Porta del Paradiso e Porta Nord del Battistero.

Il percorso museale si conclude con l‘uscita sulla terrazza panoramica con affaccio sulla Cupola del Duomo.

In un video emozionante di presentazione al nuovo museo realizzato dall’Opera di Santa Maria del Fiore 
(https://www.youtube.com/watch?v=Lw7Rhd2cbsE) la visita viene presentata come l’occasione per:

«Provare l’emozione
Sognare il sogno
Apprendere gli avvenimenti
Prendere parte alla storia
Ammirare la magnificenza
Percepire il potere
Vivere lo shock
Svelare il mistero
Trovare la bellezza interiore
Condividere la gioia»


L’APPROFONDIMENTO

Il Museo offre anche una serie di servizi ed attività collaterali di grande interesse. Uno spazio è dedicato a mostre temporanee ed eventi culturali realizzate in collaborazione con altri enti e istituzioni di respiro internazionale. Fino al 24 gennaio 2016 è in corso una iniziativa che approfondisce il rapporto tra Cristianesimo ed arte integrando (con biglietto unico congiunto) la visita del Museo dell’Opera del Duomo a quella della mostra “Bellezza divina – Tra Van Gogh, Chagall e Fontana, che ha luogo presso Palazzo Strozzi. Dal 6 novembre 2015 fino all’8 dicembre 2016, all’interno del Museo è ospitata la mostra fotografica “Opera Viva – L’Opera di Santa Maria del Fiore. Gli uomini e la storia” che ritrae i volti di generazioni di uomini e donne che hanno contribuito con il lavoro alla costruzione del Duomo di Firenze.

Per i ragazzi dai 5 ai 18 anni sono stati elaborati tre diversi percorsi didattici per completare i programmi scolastici:
  • DIALOGHILa parola mostra la bellezza:  incontri che conducono alla scoperta del linguaggio originale dell’arte
  • LA BOTTEGA - La bellezza che nasce dalle mani:  attività manuali guidate da maestri artigiani per capire e conoscere il sapere e il lavoro che si celano dietro un’opera d’arte
  • LEZIONI - Nascita e sviluppo del nostro patrimonio artistico: approfondimento del contesto storico e socio-culturale in cui è maturato e divenuto realtà il Grande Museo dell’Opera attraverso l’uso di strumenti multimediali.
La polivalente attività dell'Opera di Santa Maria del Fiore non si esaurisce qui. Florida è la produzione editoriale con pubblicazioni realizzate o finanziate in prima persona a cui si è aggiunge quella artistica, con prodotti creati in esclusiva dalle botteghe artigiane fiorentine e ispirati alla bellezze dei monumenti di Firenze.



Notizie in pillole
Dove: Piazza del Duomo 9, Firenze
Quando: tutti i giorni con orario 9.00-19.00
Costo: Biglietto unico 15€ per tutto il “Grande Museo del Duomo di Firenze” (Cattedrale di S. Maria del Fiore, Cupola del Brunelleschi, Battistero S. Giovanni, Campanile di Giotto, Cripta di Santa Reparata, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore). Il biglietto va utilizzato entro la mezzanotte del sesto giorno a partire dal giorno di acquisto. L'accesso ai monumenti è consentito entro le 24 ore dal momento di accesso al primo monumento. Con lo stesso biglietto non si può accedere due volte allo stesso monumento.


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sabato 24 ottobre 2015

Apple store di Firenze. Colgo la prima mela.

Sfrutto la pausa pranzo di lavoro e, in un assolato giorno autunnale, faccio finalmente visita al nuovo Apple store di Piazza della Repubblica a Firenze, alla cui apertura avevo dedicato questo post.



Percorro via Roma e giungo in piazza dalla parte opposta rispetto allo store. Cerco immediatamente con lo sguardo l’insegna con la mela, la cui installazione sotto i portici (in deroga alla normativa vigente in materia) ha suscitato così aspre polemiche. A prima vista nessun elemento mi appare deturpante, la mela bianca è ben distinguibile ma, forse per la distanza a cui sono, non impatta nel contesto visivo. Mi avvicino ma la sensazione che rimane è la stessa, anche in prossimità del portico stesso.

È interessante notare come, ancora oggi, molti degli elementi distintivi degli Apple store sono frutto dei meticolosi studi, delle attente osservazioni e delle folli intuizioni di quel guru a 360° che fu Steve Jobs. Per circa un anno e mezzo infatti, dalla fine cioè del 1999 quando iniziò a valutare le opportunità derivanti da una catena di punti vendita Apple al maggio 2001 quando fu inaugurato il primo Apple store in Virginia, si dedicò anima e corpo a questo progetto che, a più riprese, fu ostacolato dal consiglio di amministrazione della multinazionale di Cupertino.
Affiancato dall'esperto di design e vendite Ron Johnson, Jobs progettò il prototipo di negozio con la cura maniacale per i dettagli che lo contraddistingueva. Gli store sarebbero diventati, per bocca di Johnson, “la più potente espressione fisica del brand” e avrebbero dovuto esprimere, al pari dei prodotti esposti al loro interno, quella sapiente miscela tra semplicità e raffinata bellezza che è divenuta il marchio inconfondibile della Apple.

Il negozio presenta cinque ampi affacci vetrati sul portico per garantire un’estesa visibilità dei locali interni che, secondo la filosofia Jobsiana, induce il passante ad entrare per curiosità. Anche l’entrata unica, per rendere più semplice il controllo dell’esperienza di ogni utente, è perfettamente in linea con il prototipo di negozio progettato da Jobs a cui accennavo prima.
L’interno è articolato in un ambiente principale a cui si accede dall'ingresso e in due vani più piccoli, ai lati opposti dello stesso, nicchie dedicate all'esposizione in verticale degli accessori Apple. L’idea progettuale di fondo degli store Apple è quella di consentire a chi entra l’immediata percezione di come è organizzato lo spazio, che si presenta arioso e allo stesso tempo minimalista. Questo minimalismo si estrinseca sia nelle componenti estetiche-strutturali, con pochi elementi architettonici/cromatici di distrazione concentrati nei pannelli luminosi alle pareti e nei lampadari d’epoca (arredo preservato dalla ristrutturazione dei vecchi locali della Bnl), sia nelle fasi procedurali del processo di acquisto (non c’è la classica postazione di cassa). Tutto è ricercato e attentamente ponderato.



I pavimenti sono nella consueta pietra serena che ha da tempo soppiantato il legno sbiancato utilizzato nei primi negozi Apple. Il fascino esercitato su Steve Jobs dalla durevolezza ed eleganza dell’arenaria grigio-blu si impresse nel lontano 1985 proprio durante un soggiorno a Firenze, quando ebbe modo di ammirare le pietre delle pavimentazioni stradali del capoluogo toscano provenienti dalla cava “Il casone” di Firenzuola. Diciassette anni dopo, Jobs pretese che dalla stessa cava fossero estratte le lastre per pavimentare i suoi negozi. Nessun rivestimento simile o materiale alternativo ma, a discapito dei costi, esattamente quello che per lui rappresentava la soluzione ideale.

Il cuore pulsante dello store è il vano centrale dove sono in bella mostra gli ultimi prodotti e dove viene fornita assistenza al cliente in un’area dedicata, il Genius bar. Qui, su prenotazione, è possibile ricevere supporto tecnico per qualunque problema di hardware.
Workshops giornalieri conducono alla scoperta dell’abc dei dispositivi Apple o approfondiscono tematiche specifiche per farli sfruttare al meglio. Ma non è finita qui. Il negozio si propone come meta di gite scolastiche per studenti e professori delle scuole primarie e secondarie con lo scopo di stimolare la creatività e la collaborazione degli alunni e di supportare/completare la didattica in aula. Le gite, della durata compresa tra un’ora e un’ora e mezzo, sono adattabili ai programmi degli insegnanti e si basano ovviamente sull'utilizzo dei prodotti Apple. Ingegnosa operazione di marketing e originale iniziativa di didattica 2.0 che trova un prezioso alleato nei risultati di una recente ricerca condotta dall'Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (Indire) sugli studenti di 19 scuole per valutare l’impatto della tecnologie a scuola. Lo studio ha evidenziato come nelle scuole dove è più diffuso l’utilizzo delle risorse digitali vantano, da un lato, un tasso di dispersione scolastica e assenteismo minori, dall'altro maggiori immatricolazioni all'Università e un impatto positivo nell'inserimento nel mondo del lavoro.
I tempi cambiano in fretta mentre il sottoscritto rimane romanticamente legato alla classica (e ormai obsoleta?) idea di gita scolastica dedicata alla scoperta di quei luoghi culturalmente stimolanti di cui Firenze abbonda.


Il nutrito staff del negozio indossa una maglietta grigia con il simbolo bianco della mela. A tal proposito è opportuno ricordare come la storia dell’introduzione delle divise nel mondo Apple sia stata curiosa e allo stesso tempo travagliata. Manco a dirlo, ci mise lo zampino il solito Jobs. Come riporta infatti la sua biografia, Jobs maturò l’idea di far indossare una divisa a tutto il personale dell’azienda ad inizio degli anni 80, dopo un viaggio in Giappone. Durante una visita agli stabilimenti della Sony, Jobs notò con stupore che tutti indossavano la stessa uniforme e ne chiese spiegazioni al presidente della società, Akio Morita. Egli rivelò come tale usanza avesse avuto in origine una valenza sociale poiché sopperiva alla povertà di molti lavoratori che dopo la guerra non avevano di cosa vestirsi; in seguito era divenuta un tratto distintivo dell’azienda e un modo per rafforzare il senso di appartenenza dei dipendenti alla propria realtà lavorativa. Jobs desiderava introdurre tale tipo di legame alla Apple ma, quando presentò ai suoi collaboratori dei campioni di divisa disegnati da Issey Miyake, lo stilista che aveva creato le uniformi della Sony, fu sommerso da fischi e improperi. Costretto ad abbandonare (temporaneamente) l’idea di una divisa aziendale, Jobs ne adottò una personale, basata sulla praticità e su uno stile distintivo: Miyake divenne il suo stilista personale e il creatore degli inseparabili dolcevita neri.

Il personale è attento a coprire tutto lo spazio di vendita e a disposizione dell’utenza per fornire informazioni. Durante il mio breve “soggiorno” nello store ho ricevuto per due volte gentilmente offerta di assistenza in caso di bisogno. Rifiutata la prima perché intento a visionare l’ambiente, ho colto al volo la seconda chance per avere notizie su uno degli ultimi arrivati, l’Apple watch. Davanti ad una cospicua esposizione di modelli con le stesse identiche funzionalità, ma diversi nelle dimensioni del quadrante e nei materiali che compongono cinturino e cassa, mi vengono illustrate con un’esposizione dettagliata e alquanto didascalica le caratteristiche principali di questi orologi (anche se chiamarli così è un po’ riduttivo) in cui, strano a dirsi, il compito di mostrare l’ora diventa quasi un accessorio.
E mentre tocco con mano uno degli esemplari in mostra cercando di mettere in pratica le mirabolanti funzioni appena spiegate, sono scosso da un fremito nell’apprendere che è in commercio un modello che supera i diciottomila euro di prezzo. Nemmeno fosse un Rolex.
Mentre un continuo viavai di persone anima il negozio, la mia pausa pranzo sta quasi per scadere e devo rientrare a lavoro. Il tempo per un’ultima veloce occhiata al banco con i MacBook, gli accattivanti portatili dal peso piuma.


Notizie in pillole:
Dove: Piazza della Repubblica 6, Firenze

Quando: Apertura lunedì - domenica con orario 10-20


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sabato 17 ottobre 2015

Experienza Expo

Un vecchio detto dice che “chi prima arriva meglio alloggia”. E pensando all'Expo tale affermazione calza a pennello. Se nei primi tre mesi dall'apertura infatti il flusso di persone al sito espositivo era stato soddisfacente con un picco nel mese di Giugno e afflussi pressoché stabili a Maggio e Luglio, da Agosto è scoppiata l’Expomania che ha raggiunto i massimi livelli con i mesi di Settembre e Ottobre. Proprio mentre scrivo, è stato annunciato il superamento dei 20 milioni di biglietti venduti che collocano l'Expo Milano 2015 in linea con i dati di visitatori registrati ad Hannover 2000 e Aichi 2005, ma distante anni luce dai 73 milioni affluiti a Shanghai 2010.


Lunghe code agli ingressi, file interminabili per l’accesso ai padiglioni, record di visitatori ed immagini di una folla brulicante lungo tutto il decumano: questo è il leitmotiv con cui i media di ogni genere ci hanno bombardato negli ultimi tempi rendendolo praticamente l’unico argomento di discussione sull'Expo.
Grazie ai prezzi scontati dei biglietti e alle offerte sempre più convenienti sui siti di social shopping, al passaparola e allo scetticismo iniziale superato dalla curiosità di tanti, vuoi per l’avvicinarsi della chiusura dell’esposizione e la partecipazione in massa degli studenti in gita scolastica, l’onda di visitatori ha raggiunto dimensioni sempre più anomale.
Tanto che la visita all'Expo durante i fine settimana è stata etichettata “da bollino rosso” (come le autostrade durante i week-end di Agosto), i biblici tempi di attesa per entrare nel padiglione del Giappone hanno assunto un’aurea leggendaria e i commenti sferzanti di coloro che si erano tranquillamente goduti l’esposizione di Milano nei primi mesi dall'apertura sono divenuti un ritornello.



E’ con queste mirabolanti premesse che mi reco, sul finire di Settembre, alla mia prima volta ad una Esposizione Universale. Dal 1851, anno della prima esposizione universale di Londra riconosciuta tale dal Bureau International des Expositions (BIE), Milano ospita per la seconda volta un evento del genere dopo quello del 1906 dedicato ai trasporti.

Visita programmata su due giorni: entrata serale il primo giorno (domenica) e giornata intera il giorno seguente (lunedì). Sorprendentemente abbiamo sfruttato molto e bene l’ingresso serale che alle 18 e fino alle 24 spalanca le porte del sito espositivo. Il lunedì invece ci ha visto protagonisti di molte file, a partire dai 50 minuti di coda al varco di ingresso (anche l’ingresso cosiddetto “saltafila” non consentiva quello il cui nome prometteva).

In così poco tempo a disposizione è un’impresa ardua impossibile esplorare il milione di metri quadri e i 140 tra paesi ed organizzazioni protagonisti dell’area espositiva. Come preventivato, abbiamo dovuto scartare a priori per le infinite file i padiglioni dei paesi più gettonati (quali Italia Giappone-Emirati Arabi-Marocco-Qatar) e per motivi di scelta quelli delle aziende e organizzazioni.
Ci siamo pertanto concentrati sul resto dei padiglioni dei paesi, ponendoci come tempo massimo di attesa 45 minuti, e concedendoci solo una visita lampo ad alcuni dei cluster (spazi allocati a paesi diversi accomunati da un tema comune).

Costruzioni insolite e audaci si costellano tutto il decumano in una lunga espressione di fantasie architettoniche, forme bizzarre e intrecci di materiali. E’ un grande contenitore di colori, sapori, laboratori creativi ed eventi culturali ed artistici che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe focalizzare l’attenzione mondiale sul tema del nutrimento dell’uomo e della terra (“Nutrire il Pianeta, Energia per la vita”), stimolando un confronto globale per promuovere idee, soluzioni e innovazioni per un futuro sostenibile. Lo scopo di riflettere e discutere dei grandi temi dell’umanità è divenuto prioritario rispetto all'originario fine educativo e di presentazione dei prodotti del progresso per cui erano nate le Esposizioni Universali.
Non sempre il risultato ottenuto è quello prefissato. Molti padiglioni si riducono a mera vetrina dei prodotti locali e a spot turistico del paese, e penso ad esempio a Vietnam, Irlanda e Turkmenistan, tanti altri affrontano invece il tema nella giusta dimensione con messaggi di forte impatto visivo e ideologico tra cui meritano una nota di cenno la Repubblica di Corea, Azerbaijan e Malesia. Tutti offrono la possibilità di gustare i piatti della cucina locale e le eccellenze della propria tradizione agroalimentare.







E’ difficile comunque stilare una lista dei padiglioni assolutamente da visitare o da evitare tra i trentanove che sono riuscito a esplorare. Tutti possono contenere spunti di riflessioni interessanti o qualche peculiarità che cattura l’attenzione. Da non perdere lo show notturno dell'albero della vita che regala forti emozioni con la perfetta fusione tra luci, suoni e spettacoli pirotecnici.


















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giovedì 15 ottobre 2015

Il tempo delle mele. La Apple sbarca a Firenze

Dopo molto attesa, profondi lavori di ristrutturazione dei locali di proprietà di Bnl e qualche diatriba in ambito politico cittadino, ha finalmente aperto i battenti il nuovo negozio Apple in piazza della Repubblica a Firenze. Dopo i rumors apparsi sui quotidiani nell'autunno 2014 su un imminente sbarco in città, dopo le voci che si sono rincorse nel 2015 sul probabile giorno di apertura e una prima data annunciata dalla stessa Apple per il 6 settembre, poi posticipata in corso d’opera, l’inaugurazione è divenuta realtà alle ore 10 di Sabato 26 Settembre.

La data originariamente prevista per l'apertura

Con la tradizionale e collaudata disposizione cerimoniale su due file, i dipendenti dello store hanno accolto tra applausi e acclamazioni gli affezionatissimi clienti in attesa, omaggiando i primi 1000 con una maglietta con il logo della mela.
Eliminate quindi le impenetrabili cortine nere che per mesi hanno protetto da occhi indiscreti i lavori in svolgimento all’interno dello stabile, sono stati svelati i circa 1700 metri quadrati di superficie ampiamente rinnovata, un tempo sede di attività bancarie e ora affittati dal colosso di Cupertino.
Lo store in piazza della Repubblica è il secondo nella provincia di Firenze, dopo quello inaugurato nel 2011 nel centro commerciale “I Gigli” di Campi Bisenzio, il 16° in Italia e il 471° nel mondo. Già nel 2012 si vociferava di uno sbarco della Apple nel capoluogo toscano (sempre in Piazza della Repubblica) quando, dall’allora sindaco Matteo Renzi, erano stati avviati contatti con la multinazionale fondata da Steve Jobs poi interrotti per l’impossibilità di superare il vincolo di destinazione ad attività culturale dei locali individuati e lasciati liberi dalla chiusura di una storica libreria fiorentina, la Edison.

Un’aspra battaglia si è scatenata sui banchi del consiglio comunale riguardo all’installazione dell’insegna del negozio con il classico simbolo della mela. L’azienda ha presentato apposita istanza per richiedere una deroga al vigente regolamento edilizio comunale al fine di collocare l’insegna pubblicitaria del marchio (logo Apple di tipo bifacciale, luminoso, di colore bianco) immediatamente al di sotto dell’arco centrale del portico di Piazza della Repubblica, in corrispondenza dell’ingresso principale. L’art. 94 del succitato regolamento disciplina infatti che negli edifici interessati da speciali norme di tutela (quali sono quelli che ricadono all’interno del centro storico di Firenze), “le insegne devono essere collocate esclusivamente nelle aperture di facciata corrispondenti alle vetrine oppure, ove compatibile, nei vani di porte e portoni al servizio dell’esercizio commerciale interessato, adottando colori e grafica congruenti con i caratteri della facciata e del contesto urbano in cui si inseriscono”.
Il Consiglio comunale, ricevuto il parere favorevole espresso dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, con apposita deliberazione ha accolto la richiesta della Apple appellandosi all’art. 83 dello stesso regolamento che, al comma 3, stabilisce che le specifiche prescrizioni previste per gli edifici oggetto di particolare tutela “non si applicano nei casi di interventi di particolare ed eccezionale rilevanza all’interno del nucleo storico UNESCO, previo riconoscimento da parte del Consiglio Comunale”. La possibilità di andare in deroga alla normativa vigente in materia viene quindi demandata alle valutazioni del consiglio comunale che, nel caso in oggetto, ha riconosciuto la rilevanza e la compatibilità dell’intervento con gli elementi di valore storico ed architettonico di Piazza della Repubblica.

Mentre la multinazionale americana riceveva il via libera per esporre il proprio simbolo nel cuore di una delle città più conosciute ed ammirate al mondo, il comune di Firenze beneficiava di una notevole compensazione in termini finanziari: 70 nuovi posti di lavoro e poco meno di un milione di euro quale corrispettivo economico derivante dalla modifica della destinazione d’uso dell’edificio, da destinare ad un progetto di riqualificazione di Piazza della Repubblica e delle strade adiacenti.

Insomma tutti (o quasi) felici e contenti ed è il caso di dire: cogli la prima mela.

Per i dettagli sull’Apple store di Firenze si rimanda al post dedicato.

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Le cucine segrete del Granduca

Nell'anno in cui in Italia si celebra il tema dell’alimentazione con l’evento più rilevante a livello internazionale, l’Expo 2015 di cui parlo in questo post, non sorprende di certo il tema di questa mostra che, proprio sotto il patrocinio della manifestazione appena citata, celebra la sfera del cibo e di ciò che gli ruota intorno nel periodo compreso tra il XV e XVII secolo.   
Teatro della mostra è la splendida Villa Medicea di Poggio a Caiano, la residenza estiva della famiglia dei Medici fatta costruire in posizione dominante da Lorenzo il Magnifico la cui morte, avvenuta 7 anni dopo l’inizio dei lavori, non gli consentirà mai di vedere realizzata l’opera commissionata.


Come evoca il titolo stesso, l’esposizione non è dedicata solamente all'alimento fine a se stesso ma si focalizza sul quel luogo di metamorfosi dove la materia prima diventa arte, si combina e si trasforma coinvolgendo tutti i sensi: la cucina.
La visita si snoda su due livelli paralleli: l’esposizione di oggetti d’uso e soggetti pittorici da un lato, la visita nelle antiche cucine della villa dall’altro.

Con il primo livello si è inteso valorizzare il Museo della Natura Morta, una collezione di circa 200 opere provenienti dalle collezioni medicee ospitata dal 2007 al secondo piano della villa, inserendo accanto alle opere già esposte dipinti e manufatti a tema provenienti da altre istituzioni culturali o musei quali il Bargello di Firenze. In particolare, le tre sezioni del percorso espositivo rivolgono l’attenzione in successione sugli ambienti (le cucine), sui protagonisti (i cuochi) e sugli arredi (le dispense).

Il secondo livello della visita rappresenta la vera peculiarità della mostra poiché, dopo un lungo periodo di restauro e manutenzione, sono rese eccezionalmente fruibili al pubblico le cosiddette “cucine segrete” della villa. Tali ambienti, ospitati in un complesso esterno e posto più basso rispetto alla villa, furono voluti da Cosimo II che divenuto granduca all’età di diciannove anni aveva bisogno di ampi spazi per dare ospitalità alla sua numerosa corte e per dare un giusto scenario alle feste e banchetti di frequente organizzati nella residenza. Fu così deciso che le cucine, dislocate tra piano terra e secondo piano, fossero “sacrificate” per fare spazio a luoghi più consoni alla vita della casata reale. Il 20 settembre 1614 fu dato il via ai lavori di costruzione degli edifici che cinque anni più tardi avrebbero ospitato la cucina comune per le esigenze culinarie della corte (non più esistente) e la cucina segreta che provvedeva ai pasti della famiglia reale. 






Quest’ultima, detta anche “cucinone” è articolata in una serie di locali di servizio e conserva nell'ambiente principale un imponente camino, un forno, dei lunghi piani cottura e una dispensa. Il contesto, ormai privo degli arredi ed utensili di cui rimane unicamente traccia in un inventario del 1637, si manifesta in tutta la sua semplicità e funzionalità rivolta all'espletamento quotidiano dell’attività domestica di inizio Seicento. 





Completano il complesso delle cucine un ampio cortile destinato alle macellazioni e il “passo della vivanda”, un lungo corridoio che garantiva il collegamento interno con la villa. Singolari tracce di un recente passato che si rivelano in questo corridoio sono le scritte sulle pareti risalenti all'epoca dell’ultimo conflitto mondiale, opera dei cittadini di Poggio a Caiano che utilizzarono la villa come rifugio, e le numerose casse di legno contenenti i ponteggi utilizzati per il restauro del Duomo di Firenze, proprietà del Ministero dei beni culturali ed ambientali attualmente non utilizzabili né alienabili. 



La vicinanza a Firenze e la disponibilità di ampi spazi vuoti ha fatto sì che negli anni il passo della vivanda sia stato destinato a deposito non solo delle già citate impalcature, ma anche di numerosi oggetti di arte sacra danneggiati dall'alluvione che nel 1966 colpì la città del giglio. Dopo una lunga opera di restauro tali opere hanno lasciato il luogo di custodia per essere ricollocati nelle chiese fiorentine dalle quali originariamente provenivano.

La visita in pillole:
Dove: Piazza de Medici 14, Poggio a Caiano (Prato)
QuandoMuseo della natura morta - visite tutti i giorni con ingresso ogni ora dalle 9 alle 12 e dalle 14 in poi (il pomeriggio orario variabile a seconda dei mesi); cucine segrete – visite solamente il venerdì/sabato/domenica alle ore 10.30, 12.30, 14.30 e 16.00 con prenotazione obbligatoria
Costo: gratuito
Durata: un'ora circa

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mercoledì 14 ottobre 2015

La "dieta mediterranea" ai tempi del Paleolitico

Altro giro, altra mostra. Mentre mi aggiro, senza meta alcuna, per le strade del pieno centro di Firenze mi imbatto casualmente nello spazio mostre dell’Ente cassa di risparmio di Firenze, la fondazione di origine bancaria che si adopera per la valorizzazione dell’arte e delle attività culturali, promuove la ricerca scientifica e la formazione, si prende cura del paesaggio e dell’ambiente ed interviene a favore di opere di assistenza e beneficenza. 


Siamo per l’esattezza in via Bufalini, alle spalle dell’imponente cupola del Duomo. Anche in questo caso, come già accennato nel racconto della visita alle “Cucine segrete” della Villa medicea di Poggio a Caiano, il focus della mostra si concentra sul dibattuto tema dell’alimentazione umana celebrato da Expo 2015 (“Nutrire il pianeta, energia per la vita”). Grazie al sinergico contributo dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, della Soprintendenza Archeologia della Toscana e dell’Università di Trento, “30.000 anni fa la prima farina. Alle origini dell’alimentazione” presenta i primi risultati di un progetto di ricerca che sta facendo luce sulle abitudini alimentari dell’uomo del Paleolitico, sovvertendo anche alcune certezze che sembravano ormai acquisite da tempo. 

La macina ed il pestello rinvenuti a Bilancino
Tutto ruota infatti intorno al ritrovamento, avvenuto tra il 1995 e il 1996 durante lo scavo di un villaggio preistorico nei pressi del lago di Bilancino (in provincia di Firenze), di una macina e di un pestello la cui datazione risale a circa 30.000 anni fa. Le analisi multidisciplinari condotte su tali manufatti hanno evidenziato la presenza di segni di abrasione, riferibili ad attività di macinazione, all'interno dei quali erano ancora presenti granuli di amido prodotti dalla frantumazione di vegetali selvatici ed in particolare della tifa, una pianta palustre molto abbondante nella zona. Esposti in una teca al centro della stanza, mi trovo quindi al cospetto dei più antichi strumenti ad oggi conosciuti per produrre farina nella storia dell’umanità. Tale scoperta, associata ad una serie di studi complementari condotti su pestelli-macinelli del Paleolitico superiore provenienti dalla Puglia, dalla Repubblica Ceca e dalla Russia, ha permesso di arrivare alla conclusione che la produzione di farina era una pratica diffusa in tutta Europa intorno ai 25.000-30.000 anni fa. L’Homo sapiens seguiva pertanto una dieta di tipo più equilibrato rispetto a quanto creduto fino ad ora, basata non solamente sul consumo di carne ma anche di farine e piante selvatiche, la cui lavorazione a scopo alimentare non è più da collocare nel Neolitico ma almeno 15.000 anni prima della diffusione delle pratiche agricole.
Rappresentazione del villaggio paleolitico di Bilancino
Si ridimensiona in tal modo anche l’archetipo dell’uomo primitivo quale cacciatore-carnivoro, fondato sulle numerose scene di caccia documentate nei graffiti rupestri e sulle notevoli quantità di resti ossei animali rinvenuti negli scavi archeologici di siti del Paleolitico, più resistenti all'usura del tempo rispetto ai reperti vegetali. Il tutto a vantaggio di una visione che, riconoscendo l’arte venatoria quale fonte imprescindibile di sostentamento, rende il giusto merito alle attività di raccolta e trasformazione dei vegetali a scopo nutrizionale nell'ambito di una più corretta e approfondita conoscenza dell’alimentazione dei nostri antenati.

Ritrovamenti in Europa di pestelli-macinelli del Paleolitico

La mostra, adatta ad un pubblico giovane e condensata in un paio di sale, ha una decisa impronta divulgativa che si realizza nell'allestimento basato su pannelli didascalici e in due ricostruzioni a grandezza naturale di contesti derivati dagli scavi di Bilancino. Più che lo spirito di osservazione, bisogna pertanto esercitare la capacità di lettura e il desiderio di apprendimento ma per apprezzare a pieno il contenuto di una mostra tanto piccola quanto attuale.

La visita in pillole:

Dove: Spazio mostre Ente Cassa Risparmio Firenze - Via Bufalini 6, Firenze

Quando: Fino al 3 gennaio 2016. Orario lunedì-venerdì 9-19; sabato e domenica 10-13; 15-19

Costo: gratuito

Durata: 30 minuti circa


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