venerdì 30 settembre 2016

Ai Weiwei. Libero. La retrospettiva dell'artista a Firenze

Uno scandalo, uno scempio artistico, un oltraggio a Firenze. No un grido di denuncia, un veicolo di sensibilizzazione delle coscienze. Mentre infuria il dibattito e Firenze si divide, come da sempre succede nella patria della polemica, tra contrari e favorevoli, tra guelfi e ghibellini a Palazzo Strozzi si inaugura la prima grande retrospettiva italiana dedicata ad Ai Weiwei uno degli artisti contemporanei più celebri e controversi. Palazzo Strozzi diventa per la prima volta uno spazio espositivo globale: opere storiche e creazioni recenti dell’artista cinese coinvolgono non solo le sale del Piano Nobile e della Strozzina ma anche il cortile e due facciate dell’edificio. È proprio l’installazione pensata e realizzata per l’esterno di Palazzo Strozzi che ha fatto più discutere: ventidue gommoni di salvataggio arancioni incorniciano (da cui il nome “Reframe”) altrettante finestre del Piano Nobile lungo via Strozzi e Piazza Strozzi. Un energico contrasto cromatico e stilistico, un pugno sul volto del palazzo rinascimentale che richiama l’opinione pubblica sulla tragedia dei profughi che così da vicino coinvolge tutta l’Europa e l’Italia in primis. 


I gommoni, aggrappati al bugnato dell’edificio allo stesso modo in cui i profughi si afferrano alle precarie imbarcazioni in balia del mare, impattano con forza sul visitatore. L’impegno dell’artista sul tema dell’immigrazione e dei viaggi della speranza, spesso trasformati in viaggi della morte, ha permeato tutta la produzione di Ai Weiwei dell’ultimo anno. Dall'esperienza (documentata) in prima persona nel campo rifugiati di Moria nell'isola di Lesbo, un disumano ammasso di disperati a trenta chilometri dalle coste turche, alle installazioni di giubbotti di salvataggio e performance con coperte termiche a Berlino, alle azioni di protesta contro le politiche di confisca del governo danese al dramma dei palestinesi in fuga filmati nel passaggio del valico di Rafah.
Refraction” è il titolo della gigantesca ala metallica che conquista lo spazio del cortile. Realizzata con pannelli solari tibetani incarna il dualismo tra libertà e prigionia. Simbolo di libertà privata dalle sua essenza, impossibilitata a spiccare il volo e costretta al suolo dal suo peso di oltre cinquanta tonnellate, diviene espressione di privazione e reclusione. 


Concetti verso cui l’artista si mostra particolarmente sensibile divenendo un simbolo della lotta contro la negazione delle libertà personali con cui fin da bambino ha dovuto fare i conti. Ai Weiwei cresce fino all'età di 19 anni in un campo di rieducazione militare prima e in un ambiente sotterraneo nel deserto del Gobi poi, dove il padre era stato esiliato e condannato a lavori forzati dopo essere stato definito dal Partito Comunista Cinese “triplo criminale”. Solo alla morte dei Mao Zedong nel 1976 Ai Weiwei può tornare a Pechino, sua città natale. Ma la difficile convivenza con la madrepatria non è certo finita. Nell'aprile 2011, mentre si trova all'aeroporto internazionale di Pechino, viene arrestato e imprigionato per 81 giorni in un luogo segreto. Per i quattro anni successivi gli sarà impedito di lasciare Pechino, parlare con la stampa e pubblicare articoli. Una privazione di libertà personali che paradossalmente renderà ancora più conosciuto e famoso l’artista che proprio nel 2011 viene definito l’artista più influente al mondo. Da questo episodio si intensificano le  opere che hanno come soggetto la detenzione e la libertà di espressione. Non è un caso che il titolo della mostra sia “Ai Weiwei. Libero”. 



Le sale del Piano Nobile e della Strozzina sono un concentrato eterogeneo di lavori realizzati a partire dagli anni 80 quando l’artista frequenta a New York la Parsons School of Design, ben presto abbandonata a favore di gallerie e musei dove entra in contatto con le opere di quelli che diventeranno i suoi riferimenti artistici: Marcel Duchamp e Andy Warhol. La mostra raccoglie anche le produzioni più recenti, dai profondi connotati socio-politici grazie alle quali Ai Weiwei si distingue come una delle personalità più provocatorie e discusse in ambito internazionale. Installazioni monumentali, fotografie, video, sculture, assemblaggi di materiali: l’eclettismo artistico di Ai Weiwei non conosce confini, qualunque oggetto diventa una fonte creativa per il suo simbolismo di denuncia. Perfino i mattoncini colorati del Lego da ingenuo passatempo ludico divengono strumento di rappresentazione di dissidenti politici. 


Nella sala “Rinascimento” Ai Weiwei ritrae i busti di quattro personalità, Dante Galilei Strozzi e Savonarola, legate alla storia di Firenze e accomunate da episodi di privazione della libertà. 
Anche la serie di oggetti realizzati in materiali preziosi sono un manifesto contro l’oppressione e l’abuso dei diritti umani. Le grucce in cristallo e legno huali, usate dall'artista nella sua cella per appendere i vestiti lavati, le manette in giada con cui è stato ammanettato per più di cinquanta volte durante gli altrettanti interrogatori che hanno scandito la sua prigionia.



Dissacranti ma prive della vena geniale che permea altre opere, la serie di quaranta fotografie “Study of perspective” che ritraggono alcuni dei monumenti/luoghi più famosi al mondo con il dito medio alzato dell’artista in primo piano. Palazzo Strozzi compreso, ovviamente. 




Continui i richiami alla Cina e al rapporto ambiguo che lo lega al paese d’origine, sospeso tra senso di appartenenza e lotta contro la repressione della libertà di espressione a cui reagisce con atti di disobbedienza culturale a difesa dei diritti umani (nel 2015 è stato insignito da Amnesty International del premio di Ambassador of Conscience). Ai Weiwei si muove in bilico tra passato e presente, gioca con la produzione ceramica sull'ambiguità tra moderno e antico amalgamando tradizioni artistiche, fondamenti culturali-politici e avvenimenti. Tra questi ultimi particolare risalto assume il terribile terremoto che il 12 maggio 2008  scuote la regione del Sichuan mietendo 70000 vittime, tra le quali circa 5000 sono studenti rimasti sotto le macerie nel crollo delle scuole. 




Ai Weiwei, dopo aver visitato le zone colpite dal sisma, inizia una lunga battaglia contro la mancanza di sicurezza degli edifici e il tentativo del governo cinese di offuscare verità e notizie sul tragico evento. La pubblicazione sul suo blog, poi oscurato dalle autorità cinesi, dei nomi delle migliaia di bambini deceduti come atto di denuncia sarà causa di interrogatori e pestaggi. La sua genialità artistica si esprime sul tema con “Snake Bag”, un gigantesco serpente realizzato dall'unione sinuosa di 360 zaini, e con le installazioni lignee di “Rebar and case” allusioni a bare dal profilo deforme come quello del territorio sconvolto dal terremoto.


Ai Weiwei si stima o si critica. La provocazione insita nella sua vena artistica e l’anima dissidente che lo contraddistingue non consentono vie di mezzo. La mostra (e la produzione di Ai Weiwei in generale) va inquadrata in una doppia cornice: il contesto globale contemporaneo, fonte di ispirazione e avversione, e la biografia dell’artista che fornisce una chiave di lettura intrinseca. Questo non necessariamente aiuta ad apprezzare, ma almeno serve a comprendere l’uomo-artista Ai Weiwei. Poliedrico. Libero. 



Dove: Palazzo Strozzi, Piazza Strozzi - Firenze
Quando: fino al 22 gennaio 2017 tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00, Giovedì 10.00-23.00
Costo: biglietto intero €13, ridotto €10,50, promozione 2 biglietti al prezzo di uno con biglietti e abbonamenti Trenitalia, ridotto ragazzi €5


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domenica 18 settembre 2016

Un pezzo di storia del Chianti. Tra medaglie e vigneti nella tenuta Ruffino di Poggio Casciano

Un luogo incantevole, un’accoglienza solare e un buon vino da degustare. Si riassume così l’esperienza di visita alla Tenuta Poggio Casciano dell’azienda vinicola Ruffino, sulle colline a sud di Firenze. Una realtà storica dell’area fiorentina che da quasi 140 anni rappresenta in ambito enologico una “icona di toscanità” nel mondo.


Nasce nel 1877 come piccola cantina a Pontassieve, alle porte di Firenze, per iniziativa dei due cugini Ilario e Leopoldo Ruffino che da esperti imbottigliatori decisero di tentare l'avventura vitivinicola. Scelta quanto mai felice che nel giro di pochi anni portò all'affermazione in campo nazionale ed internazionale del Chianti Ruffino con numerosi premi e riconoscimenti ricevuti già a partire dagli anni 80 dell’800. La fama raggiunta dai vini Ruffino giunse perfino alle orecchie della famiglia reale: nel 1890 il Duca D’Aosta decise di recarsi personalmente in Toscana per assaporare quei vini di cui si diceva un gran bene. Il successo di quella visita fu tale che il Ruffino divenne da allora il vino ufficiale della corte del Regno d’Italia. Per celebrare tale evento nel 1927 si decise di chiamare “Ducale” la prima annata di Chianti Classico Riserva che da allora è uno dei must di casa Ruffino e uno dei vini italiani più conosciuti.



Passione e rispetto della tradizione enologica del territorio si coniugavano con una precoce quanto innovativa (per l’epoca) mentalità imprenditoriale: a questo si deve il successo dei cugini Ruffino che resero internazionale il Chianti, simbolo del vino italiano all'estero nella sua caratteristica bottiglia a forma di fiasco. Una globalizzazione ante litteram quella intrapresa dai Ruffino che esportarono per primi il Chianti negli Stati Uniti, riuscendo a far conoscere la qualità del loro prodotto al di là dell’Oceano in un’epoca in cui il commercio su lunghe distanze presentava ancora non poche difficoltà (in particolare per le merci deteriorabili come il vino). 


Oggi Ruffino non è più una realtà locale a conduzione familiare come lo è stata dalla sua nascita fino a tempi recenti. Alla morte dei cugini Ruffino, rimasti senza eredi, la proprietà passò alla famiglia Folonari che ha diretto l’azienda fino al 2011 quando è stata acquisita dalla Constellation Brands (che già dal 2004 aveva comprato alcune quote dell’azienda), multinazionale americana leader nella produzione e commercializzazione di birra, vino e liquori (proprietaria tra gli altri del marchio Corona). 


Il corpo centrale della tenuta è costituito da una superba villa rinascimentale del XIV secolo, una parte della quale non visitabile in quanto tuttora abitata dai Folonari, annunciata da un rilassante porticato in cotto che si apre con larghe arcate sul giardino all'italiana. Stefania e Greta accolgono l’ospite all'ingresso con un sorriso contagioso e con calda ospitalità. Ti senti davvero il benvenuto in questo piccolo angolo di Chianti. La visita ha inizio dal piano terra della villa e dagli ambienti dedicati all'ospitalità a Poggio Casciano. Il salone delle medaglie, cosiddetto dalla teca ovale in cui sono in bella mostra le medaglie d’oro e decorazioni ricevute nella centenaria storia di Ruffino, conserva una collezione di stampe antiche. Da qui si gode di uno scenografico affaccio sulle circostanti dolci colline, 63 ettari coltivati a vigneto con le varietà di Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot. 


Il cuore della tenuta, dove si nasconde il nettare rosso, si raggiunge attraverso una scala che collega il piano terra con il seminterrato. Si scende così nelle nuove cantine di vinificazione con vasche di acciaio teatro di produzioni classiche e cariche di storia quali il Chianti Ruffino DOCG che nel 1984 al riconoscimento del disciplinare DOCG ha ricevuto la prima fascetta con il numero 1, di prestigio come il Supertuscan Modus (classificato dal Wine Spectator tra i primi 100 vini) o delle ambiziose sperimentazioni dell'Alauda, prodotto attualmente solo nell'annata 2011 dal blend degli uvaggi Merlot, Cabernet Franc e Colorino affinato per 24 mesi in legno. Manifestazione di una ricerca equilibrata quanto ambiziosa dell'eccellenza in campo enologico, l'Alauda mira a diventare la punta di diamante di Ruffino per conquistarsi un posto nell'olimpo di quei Supertuscan conosciuti e apprezzati in tutto il mondo (Tignanello, Solaia, Ornellaia).


La nuova cantina è collegata alla parte più antica dei sotterranei da un tunnel dal suggestivo percorso curvilineo intriso di sentori e barrique allineate lungo le pareti. Le vecchi cantine sono state restaurate ad eccezione di alcuni locali che conservano intatte il fascino antico delle volte in mattoni e delle pareti in pietra. Questi ultimi sono gli unici ambienti in cui la regolazione termica avviene in modo del tutto naturale. Qui, nella distesa di barrique di rovere francese, avviene l'affinamento dei vini che prevedono un passaggio in legno.
La fase di imbottigliamento non avviene presso la tenuta: è centralizzata per tutta la produzione Ruffino presso un unico stabilimento a Pontassieve.



Al termine della visita è l'ora di passare alla fase di assaggio. Sotto il porticato, comode poltrone di vimini invitano ad una rilassante degustazione. La scelta è vasta tra alcune delle produzioni dei 450 ettari di vigneto suddivisi nelle sei tenute toscane della Ruffino situate all'interno delle denominazioni Chianti, Chianti Classico, Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino. Vini rossi, da quelli di facile beva a quelli più strutturati e corposi, e un bianco “La Solatìa” della tenuta omonima nei Chianti Colli Senesi.
Elegante sobrietà si respira nello shop dove sono in vendita, oltre a tutto il campionario dei vini, l'olio la grappa e il vinsanto. 



Esperienza davvero piacevole alla scoperta di un passato ricco di successi e di un presente che amalgama esperienza e innovazione. “Il futuro è di chi lo ha incominciato” purché si continui a tutelare il rispetto delle tradizioni e il legame con quella terra che hanno contribuito a consacrare il marchio Ruffino nel mondo.


Dove: RUFFINO s.r.l. – Tenuta Poggio Casciano – Via Poggio al Mandorlo 1 - 50012 Loc. Quarate, Bagno a Ripoli (Firenze)
Quando: Lunedì-Sabato con orario 9-18 su appuntamento (Domenica aperti solo per eventi speciali)
Costo: variabile a seconda del tour e degustazioni richieste


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martedì 6 settembre 2016

Spiritualità e arte nella Badia Fiorentina

Lungo l’attuale via del Proconsolo, alle spalle di Palazzo Vecchio, correva il tratto orientale della cinta muraria che proteggeva l’antico castrum della colonia romana di Florentia. Proprio in questo luogo, dove un tempo sorgeva una torre facente parte dell’antico tracciato murario rinvenuta casualmente nel 1994 durante dei lavori stradali, fu fondata nel 978 l’abbazia di Santa Maria Assunta conosciuta da sempre con il nome di Badia Fiorentina. La nascita di questo complesso monastico, abitato fin dalle origini dai monaci benedettini che vi rimasero ininterrottamente fino alla soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone nel 1808, si deve al volere della Marchesa Willa di Toscana e ai generosi finanziamenti elargiti dal figlio Ugo, il “gran barone” di definizione dantesca (una lapide accanto al portale di ingresso riporta alcuni versi del canto XVI del Paradiso), la cui memoria è scolpita nel quattrocentesco monumento funebre opera di Mino da Fiesole e nello stemma familiare (scudo a bande verticali bianche e rosse) che campeggia sull'arco dell’altare maggiore.




Il complesso monastico che ammiriamo oggi non è quello voluto e realizzato dai Marchesi di Toscana. Della chiesa originaria, a navata unica con tre absidi semicircolari, non rimangono che flebili tracce per le profonde modifiche e ristrutturazioni subite nella sua storia millenaria. La prima di esse ebbe luogo a partire dal 1284 quando sotto la guida di Arnolfo di Cambio fu diviso in tre navate il corpo della chiesa divisa, edificato un nuovo presbiterio articolato in due cappelle laterali e un’abside centrale decorate con affreschi trecenteschi. Sull'altare maggiore risplendeva allora un polittico di Giotto, attualmente conservato alla Galleria degli Uffizi. Anche il campanile del X secolo fu oggetto di profonde trasformazioni per mano di Arnolfo di Cambio. Con la sua pianta esagonale e la sua forma elegante e slanciata con quattro livelli sovrapposti di bifore e la cuspide terminale, è il simbolo della Badia riconoscibile da tutta la città.





Nel corso del Quattrocento l’abbazia ampliò notevolmente i propri spazi. Su incarico dell’umanista Filippo di ser Ugolino Pieruzzi Bernardo Rossellino lavorò dal 1432 alla costruzione del “chiostro degli Aranci”, due porticati sovrapposti ad archi ribassati sorretti da colonne ioniche di cui quello superiore affrescato con storie della vita di San Benedetto che alcuni attribuiscono al pittore portoghese Giovanni di Consalvo. Fu denominato così per le piante di aranci, assai rare in Europa a quell'epoca, piantate nel cortile del chiostro dono alla Badia dei Padri della Chiesa Orientale intervenuti al Concilio di Firenze del 1439. Attualmente sottoposto a restauro, la visita è condizionata da una serie di ponteggi e  recinzioni che ne limitano il pieno godimento. L’amenità e sublimità del luogo vengono meno, il regno del silenzio perde consistenza in vista di un prossimo pieno recupero dell’antico splendore artistico-spirituale.





L’area attorno alla chiesa è frutto di lavori eseguiti nel corso del Cinquecento: il portale di ingresso in pietra serena su via del Proconsolo, commissionato da Giovan Battista di Pandolfo Pandolfini a Benedetto da Rovezzano, sormontato da un arco a tutto sesto decorato con maiolica invetriata con la Madonna, Bambino e angeli; un atrio, anch'esso di Benedetto da Rovezzano, a cinque campate abbellito da colonne corinzie da cui si accede sul lato est alla Cappella Pandolfini e alla piccola Cappella Bonsi (oggi punto vendita dei prodotti  dell’abbazia) e sul lato opposto su un cortile rettangolare affiancato da un porticato con volte a crociera e colonne con capitelli compositi attribuito a Giuliano da San Gallo.


Ma è con gli interventi di trasformazione occorsi tra gli anni 30 e gli anni 70 del 1600 che la Chiesa ha assunto l’aspetto attuale. L’accesso fu spostato sul lato nord, la pianta della chiesa a croce greca fu resa regolare e ampliata con un nuovo coro molto profondo mentre un soffitto ligneo a cassettoni ottagonali riccamente decorato (opera di Felice Gamberai) nascose le antiche capriate dipinte.



La Chiesa ha assunto la funzione di parrocchia dal 1925 al 1998, anno in cui è stata affidata alle Fraternità Monastiche di Gerusalemme un istituto religioso fondato a Parigi nel 1975 che riunisce monaci, monache e laici con l’intento di portare la spiritualità monastica nel cuore delle città, creando un’oasi di preghiera e silenzio nonché un luogo di accoglienza e condivisione.


L’interno della chiesa si presenta elegante e armonioso nella sua linearità architettonica e nell'uso diffuso di pietra serena. Degni di rilievo sono il dipinto di Filippino Lippi della fine del Quattrocento con l’Apparizione della Madonna a San Bernardo e i tre affreschi trecenteschi staccati di ispirazione giottesca conservati nella Cappella di San Bernardo con scene della vita di Cristo. Di Mino da Fiesole sono invece il dossale di alabastro raffigurante Madonna con Bambino e Santi nei pressi dell’entrata e due monumenti funebri. Il primo, dedicato al cancelliere della Repubblica Fiorentina Bernardo Giugni, si trova nei pressi della Cappella di San Mauro; l’altro già citato in precedenza, consacrato alla memoria di Ugo di Toscana, si compone di un sarcofago sormontato da un altorilievo della Carità inseriti all'interno di un’elaborata architettura. Al di sopra del monumento si ammira la grande cantoria intagliata di Felice Gamberai al centro della quale spicca l’Assunzione di Maria Vergine realizzata dal Vasari.




Dove: Badia Fiorentina, via del Proconsolo - Firenze
Quando: Ogni lunedì con orario 15-18
Costo: €3


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